Al Sisi a UNGA 2016

abdel-fattah-al-sisiÈ in corso in questi giorni a New York, la 71^ Assemblea Generale delle Nazioni Unite (UNGA).
A margine dell’evento, cui partecipano praticamente tutti i capi di Stato, i due candidati alla presidenza degli Stati Uniti, Donald Trump e Hillary Clinton, hanno incontrato il generale golpista Abd al-Fattah al-Sisi, che dal luglio 2013 è presidente autoproclamato dell’Egitto.
Al Sisi ha incontrato anche Ban Ki-moon, segretario generale dell’Onu e ciò, insieme alle tragiche notizie dalla Siria, è la chiara dimostrazione di quanto ormai sia diventata inutile l’Onu. Ban Ki-moon ha chiesto conto al generale delle violazioni dei diritti umani? Il segretario uscente ha lanciato dure accuse ad Assad nel corso del suo ultimo discorso avanti l’UNGA. “Nessuno ha fatto più morti”. Ma in questi sei anni, cosa ha fatto esattamente l’Onu per la Siria? C’è stato un preciso momento iniziale della rivolta contro Assad, se Ban Ki-moon fosse intervenuto mentre gli studenti universitari siriani venivano incarcerati e torturati e chiedevano aiuto, si sarebbe arrivati a tutto questo? Con l’Egitto l’Occidente sta chiudendo gli occhi alla stessa maniera. C’è una smania di normalizzazione, la regione è troppo ricca di giacimenti naturali per tenerla in punizione così a lungo.

Al Sisi viene considerato l’argine contro il Daesh (o Isis) in quella regione, ma a quale prezzo per la popolazione egiziana?
Ci chiediamo come si possa ignorare ciò che il generale fa dentro i suoi confini, le continue sparizioni, forzate l’abolizione nei fatti della libertà di stampa, di espressione, di associazione, le torture, le ingiuste detenzioni, l’uso spregiudicato delle condanne a morte.
Il Generale fa comodo per la situazione geopolitica della regione e sempre più spesso i bombardamenti su Gaza partono con la benedizione dell’Egitto che respinge alla frontiera i palestinesi in fuga.
Se il generale avesse studiato libri di Storia, saprebbe che a lui toccherà la parte del cattivo, che verrà ricordato come Pinochet o Videla e probabilmente isolato da quelli che oggi sono i suoi alleati.
L’Egitto è piegato da una crisi economica senza precedenti (nonostante i cospicui aiuti di Arabia Saudita, i fondi americani e francesi per gli armamenti), il turismo è ai minimi storici, i diritti umani sono cancellati quotidianamente. Quanto potrà durare il generale Al Sisi?
Quanto ancora il mondo potrà restare in silenzio? Ciò che più temiamo è che quando arriverà il momento, l’uscita di scena di al Sisi non sarà incruenta. Qualcuno forse esporterà la democrazia in Egitto a suon di bombe o lascerà la popolazione a massacrarsi nell’ennesima guerra “civile” regionale. Ancora una volta gli unici a pagare il conto di politiche sbagliate da sempre, saranno inermi cittadini.
Certo è che allo stato attuale né Trump né la Clinton sembrano coloro che potranno risolvere qualcosa in medio-oriente, sensibili solo a parole ai diritti umani e alla democrazia.

Al Sisi nelle sue interviste americane si è presentato come portatore di pace e garante di democrazia (“In Egitto non c’è spazio per una dittatura: esiste la costituzione, le leggi e la volontà del popolo. Nessuno può rimanere al potere più di 4 anni”. “Sono i media che riportano notizie false sull’Egitto. La libertà di stampa esiste, a nessuno viene proibito di scrivere e pubblicare”).

La nostra speranza è che al Sisi non torni da New York corroborato da così tanti incontri di livello e arresti i piccolissimi passi fatti per la verità su Giulio Regeni.

Sta alla diplomazia italiana ora non cedere alle pressioni degli imprenditori e di certa stampa per mantenere gli impegni e ricordare al dittatore egiziano che Giulio e tutti gli altri meritano verità e giustizia.

 

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