Possiamo ancora essere Giulio?

di Raffaele Calvanese*
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Io ho un amico che gira il mondo da quasi dieci anni. Fa il ricercatore. La mia amicizia con lui mi ha fatto capire un sacco di cose.
Prima fra tutte cos’è davvero un’amicizia, in quanto rapporto slegato dallo spazio ma legato fortemente al tempo a prescindere dalle distanze. Insieme a lui ho girato il mondo, l’Europa in primis. Ho capito soprattutto quanto fare ricerca sia una specie di missione, non so quanto te la scegli o quanto tu sia scelto da questa missione, perché in fondo come tutte le missioni questo limite non è mai chiaro. Ho capito che la ricerca è solitudine, fatica, fallimento e a volte gioia. E’ una strada in salita che ti porta ad andare via, specialmente se vieni dall’Italia, dal tuo paese, ti porta a conoscere il mondo, a capire le diversità, ad apprezzarle e a riconoscerle come naturali. Ti cambia, ti rende diverso, ti completa in un certo senso.
Ho sentito tante volte questo mio amico alla vigilia di una partenza ripetere che era stanco, che essere sempre con una valigia in mano non è il massimo della vita, che abbandonare ogni volta la propria casa e ricostruirsi una vita altrove non era facile, richiedeva energia, molta di più di quanta ne richieda la ricerca.
Ma questa è la vita che ha scelto e non ha mai rinnegato questa scelta. Giulio credo che fosse così, una persona che non si guarda indietro, una persona “alla ricerca”. Guidato da una passione, quella per la conoscenza, quella che ti porta a migliorarti, ad essere “normalmente aperto al mondo” e come tale viveva questo mondo liberamente.
Studioso delle questioni sindacali in anni dove essere un sindacalista in alcuni paesi, come il nostro, è motivo di scetticismo e derisione, e in altri come l’Egitto può costarti la vita.
Giulio siamo noi ogni giorno che cerchiamo di restare aggrappati a quella voglia di essere normalmente aperti al mondo, normalmente tendenti alla conoscenza, alla ricerca, alla verità.
La verità per Giulio Regeni forse, probabilmente, la conosciamo già. Ma nessun organo ufficiale italiano, egiziano o, peggio ancora, europeo ha il coraggio di dircela. Perché nonostante persone libere come Giulio popolino questo mondo, ci sono equilibri più grandi e più complicati che stritolano le storie personali. Sacrificano la giustizia al cospetto di interessi commerciali e chiudono gli occhi di fronte a governi palesemente antidemocratici pur di non intaccare dei rapporti basati sul reciproco interesse. Il tempo in questi casi non è galantuomo, anzi, è solo un’arma nelle mani di chi vuole dimenticare, di chi vuol rimuovere, di chi vuol mantenere lo status quo, di chi vuole insabbiare. Fondamentalmente il tempo è un’arma nelle mani di chi ha paura.
Giulio possiamo ancora essere noi se ogni giorno continuiamo a ripetere e a raccontare questa storia, se ogni giorno continuiamo a muoverci liberamente, se ogni giorno continuiamo a conoscere il mondo che ci circonda con i suoi pro e le sue zone grigie.
Giulio siamo noi se ammettiamo che ci sono dei conflitti che vanno raccontati, vanno capiti anche e soprattutto grazie al lavoro di chi li studia, persone come Giulio, che ci mettono la faccia, che ci mettono la solitudine, che ci mettono il magone la sera prima di partire ancora una volta per chi sa dove. Giulio sono tutti quelli che non si accontentano di una realtà filtrata, ma scendono in strada a vedere, a sentire, a cercare di capire cosa succede intorno. Anche se questo significherà dover rifarsi una vita in un posto che non è casa propria, anche se ciò significherà non vedere i propri amici e la propria famiglia per mesi, forse per anni, anche se ciò significherà avere sempre una valigia in mano.

Penso a tutto questo quando torno da lavoro, quando faccio sempre la stessa strada verso casa, parcheggio l’auto più o meno sempre negli stessi posti. Ci penso quando uscendo di casa saluto gli stessi negozianti fuori il mio palazzo e incontro più o meno sempre le stesse persone che raccontano più o meno sempre le stesse cose. Qui arrivano pezzi di mondo anche grazie a chi come Giulio scende in strade dove non conosce nessuno, dove poche persone ti sono familiari, dove non sai dove parcheggiare e dove, purtroppo, a volte non sai se tornerai a casa.

Giulio siamo noi ogni volta che pensiamo a tutto questo, ogni volta che cerchiamo di capire cosa ci succede intorno, ogni volta che combattiamo contro un tempo che vorrebbe farci dimenticare e che se continuiamo a raccontare la storia di Giulio, probabilmente non ci riuscirà.

* Raffaele Calvanese

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Una risposta a "Possiamo ancora essere Giulio?"

  1. Maravilloso texto y reflexion de la vida de estos jovenes investigadores y luchadores por derechos y libertades de la gente de esos paises donde a estos investigadores se les tortura y mata.

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