Io non sono Giulio

di Outis*

Io non sono Giulio.
Nessuno di noi lo è. Nessuno può essere la sorpresa, il disinganno, la paura. E il dolore, poi. Nessuno di noi era in quei corridoi, in quelle stanze, mentre Giulio era là. Nessuno, nemmeno i suoi aguzzini, nemmeno chi ne piange ogni giorno la perdita e l’assenza può davvero essere Giulio. Giulio ha smesso di esistere in un giorno imprecisato tra il gennaio e il febbraio di un anno sventurato e maledetto e nulla di quanto avrebbe potuto essere può ora essere più.

Esiste un senso laico del sacro, una percezione istintiva del confine che è forse l’essenza stessa dell’evoluzione, l’idea che alcune cose non debbano accadere a prescindere, la convinzione che esistano cose che offendono il genere umano e umane dunque non sono. L’omicidio è una di queste. La tortura è una di queste. Quando ho letto di Giulio la prima volta, quando ho capito – non volevo capire, quanti di noi avranno pregato di aver immaginato male, di aver immaginato troppo – la prima cosa che mi è venuta in mente è stata che era uno spreco, un terribile, disumano spreco. La distruzione del pensiero, della capacità produttiva dell’anima e del pensiero ad opera della forza bruta che travolge, devasta, nega il diritto ad esistere. Ecco, quando ho saputo di Giulio Regeni ho pensato a tutto quello che può essere un ragazzo, a quello che promette in generale l’esistenza meravigliosa di chi è giovane e in particolare l’esistenza di chi, come Giulio, sceglie di dedicare la sua vita a conoscere e a comprendere. Ho pensato all’orrore della morte di questo ragazzo incolpevole e a tutto quello che avevamo perso. Ho pensato al danno che avevamo subito noi, nel perdere Giulio.
E subito, come tutti, come è umano, ho pensato anche che – dio mio – se fosse successo a qualcuno che conoscevo, se fosse successo più vicino a me, ancora più vicino, se fosse successo ancora, sarebbe stato orribile. Ho immaginato come doveva essere per chi lo aveva amato in vita e adesso doveva rassegnarsi per sempre ad amarlo solo così, in mezzo alla devastazione di una violenza orribile che inquina i ricordi. Ho sentito il loro dolore.Ho avuto paura perché è stato chiaro che quel confine del sacro era stato varcato nel modo più barbaro possibile.
Però non è di questo che voglio parlare perché questo dolore lo hanno provato e lo provano in tanti, questo sgomento è quello di chiunque pensi a Giulio. Voglio invece parlare, provare almeno a trovare le parole per dire quello che oggi – oggi a tanti mesi da quello che è accaduto – mi fa ancora più paura del dolore e dell’orrore di questa vicenda. A me fa paura che chi amo, che le persone che sono affidate a me o che magari sono giovani e si guardano intorno per comprendere cosa pensare del mondo, vedano che noi Giulio ce lo stiamo dimenticando. Che ce lo siamo dimenticati. Che lasciamo che gli striscioni vengano tolti dalle facciate dei palazzi. Che accettiamo che i rappresentanti del governo egiziano vengano in Italia non a rendere conto di quanto accaduto ma a pubblicizzare le attrazioni turistiche della propria terra.
Ecco: a tanti mesi dalla morte di Giulio è questo che mi spaventa. Mi terrorizza, letteralmente. Ho paura che intorno a noi cresca una generazione cui stiamo dimostrando con i fatti che morti così possono passare sotto silenzio. Che torturare un essere umano è qualcosa per la quale non ci si deve scuotere più di tanto, che, certo, è brutto, ma poi si passa avanti, si va oltre, si dimentica. Mi fa paura perché immagino che sia più o meno questo che si debba pensare per accettare di torturare un essere umano, per accettarne l’idea e poi l’azione: che sì, va bene, è sgradevole, ma ci si può passare sopra. Mi fa paura perché Giulio è morto per delle idee ed è stato ucciso da delle idee. Idee come questa, idee che negano l’orrore della carne lacerata e del sangue versato.

Perciò vorrei dire che no, io non voglio, non posso essere Giulio, perché di Giulio c’è rimasta solo l’assenza e il vuoto e la perdita di quello che poteva essere, e questa assenza non può colmarla nulla, non deve colmarla nulla, nemmeno la solidarietà di tanti che sono stati e sono vicini alla famiglia di Giulio nella sua lotta per ottenere giustizia. Nessuno deve essere Giulio, perché è giusto che rimanga questo vuoto, questa pausa nel tempo e nello spazio dove prima c’era un ragazzo e un’esistenza e un pensiero. È giusto che rimanga la cicatrice perché nessuno dimentichi. Nessuno può né deve essere Giulio.
Che resti l’abisso terribile che è stato ottenuto con la distruzione di una vita.

Io non posso essere Giulio, ma non voglio essere il silenzio su Giulio. Non voglio tacere. Voglio anzi ricordare e raccontare e pensare, continuare a pensare e a far sì che gli altri pensino, perché dove c’è pensiero la barbarie si ritira, arretra, si perde. Giulio sapeva benissimo quanto era importante dire, parlare, documentare e quanto pericoloso fosse, invece, il silenzio.
Ecco: io non voglio essere silenzio, come mai ha voluto esserlo Giulio.

 giulio-non-sono-io
*Outis.
Autore del libro “Ritorna” – Robin Edizioni
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