Immagina

di Valeria Milito*

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Immagina di avere un figlio. Immagina di crescerlo con le ansie e le speranze di ogni genitore; immagina i primi passi, le prime parole, i sorrisi. Immagina la scuola, le gite, le guance arrossate e la febbriciattola serale, i compiti, i castighi e gli incubi notturni da scacciare. Immagina la quotidiana, amorevole fatica di proteggerlo e al tempo stesso sospingerlo fiducioso nel mondo.

Si è fatto uomo, ormai, quel che dovevi fare l’hai fatto. Cammina con le sue gambe, non devi più proteggere ogni suo passo. Tiri un sospiro di sollievo perché hai fatto un buon lavoro, Giulio è un ragazzo serio, sensibile, dal sorriso generoso e dal cuore aperto, palpitante di sete di conoscenza e di verità, che ti rende orgoglioso.

Sei riuscito a tirarlo fuori, quel figlio, dal mazzo di ragazzotti un po’ viziati della generazione degli anni ’80, quelli abituati ad avere tutto fin da subito, quelli un po’ annoiati fin da subito.

Ma lui no, non è così.

Dio, lo sai che ogni genitore pensa lo stesso di suo figlio, ma il tuo Giulio è davvero speciale, uno di quelli che potrebbero cambiarlo il mondo, uno di quelli che non scendono a compromessi, che non stanno in poltrona a lamentarsi che tutto vada male ma che saltano su un aereo e vanno un po’ a vedere cosa si può fare per farle andare meglio, le cose.

E, un giorno, parte davvero.
Se ne va a studiare, prima negli Stati Uniti e poi in Inghilterra, va a cercarla quella verità, a rincorrerla, stanarla, pretenderla. Arrivano i premi, le collaborazioni importanti, il dottorato alla Cambridge University. E quella ricerca, appunto, in Egitto.

In un’epoca in cui si erigono muri e si proteggono nevroticamente i confini, ossessionati dalla paura del diverso e della “minaccia araba”, in cui il Mediterraneo è una tomba per le migliaia di disperati che cercano di attraversarlo, Giulio ci si precipita, in quel mondo, lo attraversa quel mare, andando controcorrente.

L’Egitto risorto dalle sue ceneri dopo la rivolta del 2011, dopo la cacciata di Mubarak, dopo le manifestazioni di piazza che avevano fatto sperare nel vento del cambiamento non è quello che la Primavera Araba aveva promesso di restituire.

Giulio si butta a capofitto, la sua ricerca sui sindacati indipendenti e la loro repressione è pericolosa, dà fastidio. Lui gira per le strade, parla con gli ambulanti, si appassiona. Scrive articoli con uno pseudonimo perché il pericolo è reale, è percepibile, ma non è un motivo sufficiente per farlo desistere. E’ tuo figlio, è lontano ed è in pericolo. Siete in contatto, ovviamente, Non può dirti molto delle sue ricerche ma a te interessa che si sia sistemato bene, che non abbia bisogno di nulla, che si sia integrato un po’, che faccia attenzione. Il 15 gennaio 2016 i suoi occhi scuri, i suoi capelli spettinati, le sue mani, il suo sorriso, la sua camminata, la sua risata, la sua voce, tutto di lui compie 28 anni. Ovviamente vi sentite con una videochiamata, un “tanti auguri a te” che attraversa l’etere, scambio di notizie, raccomandazioni e poi un’altra chiamata il 24 gennaio, due ore di chiacchierata, quelle che piacciono a te, seduto sul divano col suo bel viso che ti sorride dallo schermo del computer e sembra quasi di averlo lì in salotto con te.

Poi il buio.

Scomparso, (rapito), cercato, (torturato), ritrovato, (morto) riconosciuto, pianto, pianto, pianto, pianto….

Era andato alla ricerca di una verità che a pochi interessava, una verità che riguardava gli ultimi, i più vessati di una società al tracollo. Era andato in cerca di diritti e di tutele per giovani come lui, che, dall’altra parte del Mediterraneo, vivevano quotidianamente sul filo del rasoio, col fiato sul collo della repressione politica e ha pagato il prezzo più duro che si possa immaginare. La tortura, la morte e il tentato oblio.

 

Hai immaginato? Ora rilassati, tira un sospiro di sollievo: Giulio, per fortuna non è tuo figlio. O forse lo è? O potrebbe essere, un giorno, proprio questa la storia di tuo figlio?

Forse le mie figlie lo sono, o i miei nipoti adolescenti che si affacciano alla vita.
Forse le migliaia di ragazzi in giro per l’Europa col progetto Erasmus, i cervelli in fuga, gli avventurieri, i migranti. Chiunque superi un confine, invece di costruire un muro, è Giulio.

Era figlio di un paese abituato come pochi altri all’omertà, al segreto di Stato, agli omicidi di Stato. Ma quello stesso paese, adesso, vuole una cosa sola: non importa a chi daremo fastidio, non importa a costo di quali vantaggi economici o commerciali, non importa se faremo la figura dei pazzi, dei complottisti, dei fanatici.

Quel che vogliamo è permettere a Giulio di trovarla, quella verità che era andato a stanare; permettergli di cambiare il mondo (il nostro mondo, la nostra capacità di superare il diabolico “tanto le cose van così” che da troppo tempo inchioda al suolo questo paese) . Quel che vogliamo è Verità.
Per (tutti i) Giulio Regeni.

*Valeria Milito – @Cogitabionda
Blog: lastanzadeilibridiarwen.wordpress.com

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