Perché non sarò presente al Festival egiziano

di Donatella Farese*

Ottobre è il mese dei Festival ad Houston. E’ il periodo dell’anno che preferisco. Per un mese esci dall’esilio e viaggi… viaggi da un continente all’altro… viaggi nel tempo e sempre in prima classe con una manciata di dollari o, quando hai fortuna, pure gratis.
In un giorno solo, se ti svegli presto e gonfi bene la carrozza rossa a due ruote, puoi fare 12mila km ed andare dal Messico alla Corea, così, come se nulla fosse.
Oppure passi dal Syrtàki agli esercizi spirituali di Tai-Chi, dall’enchillada ai tacos, alle tortillas, alle quesadillas capendo, finalmente (forse), la differenza tra gli uni e gli altri.
Vedi cuochi coreani preparare il kimchi e ti chiedi dove prendano tutta quella santa pazienza di salare e poi condire ogni singola foglia di una sorta di verza.
Torni viva, torni umana. Ti ricordi della potenza che ogni popolo ha nella propria storia, nella cultura, nelle danze, nei costumi e, ovviamente, nel cibo, che ha il potere di unire anche un posto arido di sentimenti come io trovo questo. Anzi, qui mi sa che unisce pure troppo visto che mangiano a dismisura ed a qualunque ore del giorno e forse pure della notte.
Ti vergogni un po’ perché l’unico un po’ triste è proprio quello italiano, dove venti regioni potrebbero parlare, raccontare, ballare e cucinare centinaia di lingue, storie, tradizioni, danze e prelibatezze. Ma vabbe’… in fondo si divertono e tu cerchi di non guardare un cannolo che la ricotta non l’ha mai vista manco da lontano oppure un tizio che propone lasagna e insalata come piatto unico (orrore). Però la “mia” Sicilia qui va forte e se alla fine sono riuscita ad insegnare almeno una parola di italiano (…) ai giovanotti quasi centenari che popolano i padiglioni, sono contenta ed avrò celebrato la Settimana Mondiale della Lingua Italiana a modo mio e loro, a modo loro.

Poi… poi dai uno sguardo al calendario per decidere in quale parte di mondo andare sabato o domenica prossimi e… vedi che potresti andare proprio lì, dove dove hai vissuto per un anno quando di anni ne avevi 22 e frequentavi per la prima volta un’università straniera.
Lì dove hai imparato cosa fosse l’henné, mettendola in testa a te e ad uno dei tuoi coinquilini, facendo puzzare lui e l’intera casa di erba marcia per giorni e giorni.
Lì dove hai imparato a cucinare il kushari e a tenerlo sullo stomaco per lo stesso numero di giorni in cui respiravi l’henné; lì dove hai imparato a cantare e ballare sulle note di Ihab Tawfiq che ora mi sembra pure peggio di Gigione, ma che allora era la vera stella tra noi giovani, stranieri ma soprattutto locali; lì dove ho fatto il mio primo viaggio da sola, perché dovevo essere proprio un cuoppo, bruttarella insomma, visto che non ho trovato manco uno straccio di fidanzato locale, verso un Mar Rosso allora privo di villaggi che, secondo me, lo hanno deturpato e pure un poco offeso; lì dove ho visto l’alba sul monte Sinai e ho pianto. Proprio io. Proprio lì.

Sì, il 29 ottobre c’è il Festival egiziano, ma io ho deciso di non andarci.
E non per le singole persone, che staranno lavorando tanto per organizzare danze del ventre, piatti di tubetti con lenticchie e cipolle fritte e mostre di scarabei, ma perché ogni singolo evento passerà dalla rappresentanza diplomatica egiziana. Quella stessa rappresentanza che sta negando a Giulio Regeni ed ai suoi genitori il diritto di conoscere la verità.

Ci ho pensato molto e so che il mio gesto non avrà alcun valore perché non sapranno mai il motivo per cui non porterò me e la mia carrozza in Egitto.
Ma lo so io e questo mi basta.
#veritapergiulioregeni

*Donatella Farese
Houston, Texas

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2 risposte a "Perché non sarò presente al Festival egiziano"

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