Quelli che si allontanano

di Tullio Avoledo*

“Se Pasolini fosse morto di vecchiaia
 sarebbe stato forse ai casoni di paglia e legno
di Cervignano del Friuli”

(Angelo Righetti,
nuovo proprietario della barca Edipo Re
appartenuta a Pier Paolo Pasolini)

tullio

La barca scivolava sull’acqua pigra. Il palo s’immergeva e si sollevava ritmicamente, spezzando la nebbia silenziosa. Con quella tecnica antica come il mondo, il vecchio pescatore ritto a poppa manovrava la barca con fredda abilità.
Pensavo a lui come a un vecchio, ma forse non lo era davvero. A trent’anni tutte le persone dai sessanta in su ti sembrano vecchi.
La luce dorata del mattino gli illuminava il volto segnato dal lavoro e dal sole, rughe profonde come trincee, occhi color ghiaccio. Non aveva pronunciato una parola da quando mi si era fatto davanti, nella hall dell’albergo, dicendomi il suo nome. Mi ero alzato come se quel nome fosse un ordine, senza finire il mio caffè, che comunque era pessimo. Ero già vestito per uscire. L’avevo seguito fino al porto come il protagonista del Processo di Kafka si fa accompagnare dalle due guardie fino al luogo della sua esecuzione.

Era il momento prima dell’alba in cui le cose escono dall’ombra, alonate di una loro luce incerta, ma le stelle brillano ancora in cielo. Le sagome delle alte ciminiere dietro la facciata in stile veneziano della chiesa davano alla piazza del porto l’aria di un quadro di De Chirico. Ero salito senza bisogno d’aiuto sulla barchetta, poco più larga e lunga di una canoa indiana, infilata in mezzo a barche più grandi e nuove. Il mio taciturno nocchiero aveva acceso il piccolo Evinrude fuoribordo e la barca si era mossa, sputacchiando un denso e aromatico fumo azzurrino, verso l’uscita del porto.
Mi ero imbacuccato nel giubbotto, incassando la testa nelle spalle. L’umido della laguna penetrava nelle ossa. La nebbia stagnava a mezzo metro dal pelo dell’acqua.
Seduto su una matassa di corda arrotolata, il pescatore manovrava il timone con aria indifferente, come se la barca sapesse già la via e a lui non rimanesse che assecondarla e occasionalmente correggerla.
Navigammo, o per meglio dire procedemmo lentamente su quell’acqua stagnante, per un tempo che mi parve lunghissimo. Invece, quando controllai l’ora, erano passati meno di venti minuti. L’umidità imperlava il quadrante del mio Revue, e aveva odore di spugna e d’erba morta. L’Evinrude produceva poco rumore, ma disturbava comunque il flusso dei miei pensieri. Accolsi quindi come una benedizione il momento in cui il vecchio lo spense, per sollevare dal fondo della barca un lungo palo con cui cominciò a spingerla, puntandolo sul fango del fondale che doveva essere bassissimo. Il nostro respiro ci usciva di bocca come se respirassimo nebbia. Eravamo due draghi di nebbia, pensai, già immaginando la storia che avrei raccontato a Tobia, al mio ritorno.
La barca scivolava fra le canne, trovando passaggi inaspettati, aperture nel folto della vegetazione di cui ti accorgevi solo quando c’eri dentro. Chi mi aveva consigliato di farmi accompagnare da quell’uomo sapeva il fatto suo.

Dopo un po’, il silenzio dell’acquitrino cominciò a farsi meno tetro, a sdipanarsi in un rinvio di versi che risuonavano, a volte lontani, altre incredibilmente secchi e vicini, a mostrare che la vita, per quanto nascosta, abbondava intorno a noi. Ci addentrammo in un canneto ancora più fitto, tanto che a un certo punto il vecchio dovette spostarsi a prua e scostare le piante come le tende di un cinema. E poi di colpo, al di là di quel tendaggio vegetale, ci apparve uno slargo, quasi una piazza d’acqua, e oltre quello la terra, un’infilata d’isolotti brulli su cui crescevano alberi da frutto abbandonati a se stessi, col loro carico di mele mezze marce e un tappeto di frutti neri e disfatti a terra.
La mia guida puntò senza pronunciare parola l’indice magro e lunghissimo verso l’ultimo isolotto, in fondo allo slargo acquatico. La nebbia si stava alzando, e un sole vetroso v’infilava le dita come un bambino, spettinandola, spingendola via, a rivelare dettagli sempre maggiori di quello spiazzo erboso che mi ricordò un chinampa, uno dei giardini galleggianti della laguna di Xochimilco, a Città del Messico.
In fondo all’isolotto, dietro un filare di viti ben curate, comparve lentamente, come se emergesse dal nulla, un casòn, una costruzione tipica della laguna. Muri bassi, e un tetto spiovente di canne, grigio-marrone. Niente finestre, solo una porta sul davanti. Un cane, sciolto dalla catena, ci si fece incontro lungo la riva, senza abbaiare, limitandosi a guardarci. Non mi sarei stupito se di colpo si fosse messo a parlare, a chiederci cosa ci facessimo lì.
Il vecchio, con due colpi di palo, accostò la barca alla riva e lì la trattenne ferma, afferrandosi a una radice sporgente. Non disse nulla, ma capii che voleva scendessi. Goffamente raccolsi il mio zaino e il computer portatile e mi alzai, riuscendo per miracolo a non perdere l’equilibrio e saltare a riva. La morbidezza del suolo mi colse di sorpresa. Le mie scarpe da città affondarono di un centimetro.
Spingendosi con la pertica, il vecchio scostò la barca e l’allontanò da riva.
“Torno alle cinque” disse, com’eravamo d’accordo. Sussurrò quelle parole, più che pronunciarle. Mi chiesi se non me le fossi solo immaginate per rassicurarmi. Poi il vecchio volse la prua nella direzione da cui eravamo venuti, entrando nelle prime volute di nebbia.
Appena fui rimasto solo, il silenzio del posto mi avvolse come una ragnatela. Il cane era sparito. Fili di nebbia stagnavano tra le radici della vigna. Mi mossi verso il casone, su quel terreno gonfio d’umidità. I miei passi non facevano alcun rumore. Quella che da lontano sembrava erba in realtà era muschio, o, meglio, un’intera varietà di muschi di svariate forme e colori.
La porta del casòn era aperta. Dall’interno buio veniva un sentore acre di fumo e di cenere.
“Sono qui” fece una voce sottile, alla mia destra.
Mi voltai.
L’uomo sedeva in fondo a un malandato pontile di legno, dandomi le spalle.
Indossava un giaccone imbottito, e aveva in testa uno strano berretto dalla foggia inconsueta, che mi ricordava qualcosa, anche se non riuscivo a dare una forma precisa al ricordo. Avvicinandomi, vidi che stava pescando con una togna: un filo di nylon avvolto su un pezzo di sughero rettangolare. Il cane sedeva accanto a lui, concentrato apparentemente sulla lenza, senza badarmi. Sembrava aver passato le consegne al suo padrone, che a sua volta si guardava bene dal voltarsi.
“Vieni avanti, su. Ma fai piano.”
Camminai lungo il pontile, cercando di sollevare meno rumore possibile dalle sue assi malferme.
Le mie scarpe produssero comunque, inevitabilmente, qualche scricchiolio.
“Stai fermo, che mi spaventi i pesci.”
L’uomo tirò leggermente la lenza, e qualcosa la strattonò indietro, verso l’acqua. Cominciò una lotta silenziosa, quasi una parodia del famoso romanzo di Hemingway Il vecchio e il mare.
Le mani del pescatore erano contorte e rugose come le radici di un vecchio albero. Stringevano la togna e la lenza come se fosse questione di vita e di morte, fino a quando non riuscirono a svellere dall’acqua torbida il corpo guizzante di un grosso barbo.
Il pescatore recuperò la lenza, afferrò il pesce per la coda e lo sbatté contro il bordo del pontile finché la bestia non cessò di muoversi. Poi, con gesti abili nonostante le dita tremassero, tolse l’amo dalla bocca del barbo, e infilò il pesce in un cestino di vimini intrecciati che ne conteneva già altri due.
Mi aspettavo che si alzasse, o almeno che si voltasse a guardarmi. Invece, con tutta la calma possibile, tirò fuori da un barattolo arrugginito un lombrico e lo infilzò sull’amo. Poi lanciò la lenza, che entrò in acqua a un paio di metri dal pontile.
Io rimasi per un po’ in piedi come un cretino. Poi andai a sedermi accanto al vecchio.
La luce del sole lambiva la cima del canneto, ma lì in basso faceva freddo, l’acqua era scura.
Mi voltai. E anche lui si voltò.
Il volto che avevo visto in tante vecchie foto in bianco e nero era cambiato, ma non troppo. C’era una pezza sull’occhio destro, ma l’espressione del viso era ancora forte e intelligente. Una lunga e profonda cicatrice usciva da sotto la pezza e solcava la guancia come un canyon frastagliato. Il vecchio vide che la fissavo.
“Cosa c’è? Non ti piace? Il padre di Alessandro Magno ne aveva una uguale. Quanto all’occhio, anche a Odino ne mancava uno.”
“Non la stavo guardando.”
“Non dire stupidaggini. Certo che la guardavi.”
L’indice del vecchio passò lungo l’impressionante cicatrice.
“Me l’hanno fatta con una bottiglia rotta. Il medico che mi ha operato, quando sono uscito dal coma, mi ha detto che la ferita era troppo irregolare per suturarla bene. Io gli ho risposto che dovevo la vita a quella bottiglia. Oltre che agli zingari, naturalmente.”
Voltò la testa. La benda non si vedeva più. Il profilo del volto dagli zigomi pronunciati sembrava un teschio, tant’era pelle e ossa. Impossibile dargli un’età: non certo quella che risultava all’anagrafe. Se avessi dovuto scommettere, avrei detto 70, al massimo 75 anni. Ne aveva invece addirittura venti di più. Ma c’era un’energia, nei suoi gesti, nelle espressioni del suo volto, che compensava i segni dell’età.
Il vecchio tornò a concentrarsi sulla togna.
Per un po’ non parlammo.
Nessun pesce abboccò, mentre il sole si alzava nel cielo e l’acqua della laguna, scaldandosi, cominciava a rinascere di luce e movimento: qui il frullare d’ali di una libellula, là il pattinare di una zanzara dalle zampe lunghissime sul pelo dell’acqua, o un raggio di luce solare che accese una grossa ragnatela di mille colori come un rosone gotico.
Rimanere in silenzio mentre il tempo passava mi sembrò una cosa naturale. Mi concentrai sui rumori della palude, e ogni suono mi sembrò cadere da un’altezza infinita, come se i miei sensi si fossero amplificati.
“Come Peter Parker, papà?” mi sembrò di sentire la voce di Tobia.
“Chi è Peter Parker?”
“Ma è l’Uomo Ragno!”

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Passò almeno un’ora, prima che la lenza si tendesse di nuovo. Lo fece all’improvviso, con forza inaspettata.
“Aiutami” ringhiò il vecchio, sforzandosi di non perdere la presa. “Afferra la togna.”
Obbedii automaticamente, stringendo il pezzo di sughero che cercava di liberarsi dalla mia presa. Il vecchio appoggiò la mano sulle mie, come se volesse imporre loro la sua forza. Erano fredde, ruvide. Le mani gelide di mio padre nella bara, la sua fronte lucida di trucco, il velo bianco teso su di lui per non far passare le mosche.
Mi tirai in piedi e lui mi seguì, aggrappandosi alla mia giacca per rialzarsi.
La mano del vecchio guidò senza necessità di parole le mie, comunicandomi quando tirare la lenza e quando invece assecondare la resistenza del pesce che cercava di liberarsi, con una forza che mi strattonava i muscoli. Lottammo a lungo, io e la creatura invisibile, finché la lenza, tesa allo spasimo, non si spezzò.
Caddi all’indietro. Il vecchio riuscì a reggersi in piedi e scoppiò a ridere, minacciando col pugno l’acqua che era tutta uno spezzarsi di cerchi e creste, un ribollire di schiuma.
“Ce l’ha fatta ancora una volta. Era lui.”
“Lui chi?”
“Il mio pesce. Un siluro grande così. Enorme. Non dovrebbe nemmeno essere qui. E’ come me, ti dico. Una creatura preistorica. C’era già ai tempi dei dinosauri. Uno sporco pesce di palude. Ovidio dovette imparare a cibarsene nel suo esilio a Tomi, dimenticando i delicati rombi e le murene del Mediterraneo.”
La sua faccia brillava. L’occhio rimasto, però, era acceso di una luce fredda, che mal si conciliava con la risata. Mi chiesi se quegli occhi tristi come quelli di un cane maltrattato fossero mai stati capaci di ridere davvero, anche quando c’erano ancora tutti e due.
Appoggiato a una bitta c’era un bastone di legno, con un pomolo d’argento a forma di testa di cane, o di lupo. Il tempo e l’uso avevano smussato i lineamenti dell’animale, rendendoli in certi punti irriconoscibili, in altri lucidi come uno specchio.
Il vecchio impugnò il bastone, staccandosi dalla bitta e muovendosi verso il casòn con un passo lento e sghembo. Trascinava la gamba destra come se fosse paralizzata. Arrivato a metà strada dall’edificio si voltò indietro, con un movimento a scatto, e mi fissò.
“Vieni, allora? Porta qua il cesto del pesce.”
Obbedii.
Il cesto non era pesante. Vidi che i vimini erano stati intrecciati alla buona, da una mano inesperta. Mio nonno, che quand’ero bambino realizzava spesso degli oggetti con quella tecnica per farmi divertire, avrebbe scosso la testa.
Lo seguii nella minuscola aia accanto alla casa, linda e ordinata, dove due galline padovane e una nidiata di pulcini razzolavano sotto l’occhio irascibile di un gallo appollaiato su una stia.
“Quello è Attila. E’ un gallo, ma si crede un falco. Anzi, un astore. Sai cosa scrisse Ulisse Aldovrandi? Attilae Hunnorum Regi hominum truculentissimo, qui flagellum Dei dictus fuit, ita placuit Astur, ut in insigni, galea, et pileo eum coronatum gestaret. Stai attento, che è feroce e anche molto stupido.”
La porta della stia in legno e fil di ferro era aperta. Il vecchio ci infilò la mano e ne tirò fuori tre uova.
“Sono ancora calde. Ne vuoi una? No? Io non mangio più carne, ma uova e pesce sì.”
Appoggiandosi di schiena alla stia, tirò fuori di tasca una roncola. Spezzò l’uovo in cima e lo succhiò, piegando all’indietro la testa. Un po’ di giallo gli macchiò la stoppia grigia sul mento.
Lanciò poi il guscio vuoto verso una concimaia. Lo fece con la sinistra, perché alla destra mancavano quasi del tutto l’indice e il medio.
Il guscio atterrò corto. Le galline e i pulcini corsero a beccarlo.
Il vecchio si mosse verso l’uscio di casa, come se si fosse dimenticato di me.
Lo seguii, ma mi fermai sulla soglia. Lui era entrato, e trafficava intorno a una stufa accesa. Non c’era nessun camino. Il fumo, quando aprì lo sportello della stufa, salì verso il soffitto, prima di puntare verso la porta. Nel riverbero rossastro delle braci il volto del vecchio aveva un aspetto poco rassicurante.
Tossii, per buttar fuori il fumo, che mi sembrava odorasse leggermente d’incenso. Forse era solo l’odore della legna umida, o forse erano i gesti lenti e precisi del vecchio, a suggerire l’atmosfera di un rito, di una chiesa.
Poi si mise ad armeggiare attorno a un mobile componibile, come se ne producevano negli anni ‘60, un brutto mobile in formica verdina che mi sembrò stonare con il contesto. Avevo visto le foto di qualche casone come quello, restaurato e abitato da ricchi che ne facevano una curiosità da esibire, su una rivista di architettura che avevo sfogliato per documentarmi, prima del viaggio. In quelle foto patinate, i mobili che arredavano i casoni erano di un’ingannevole semplicità, ma in realtà fatti di materiale nobile, oggetti di design che dietro l’apparenza rustica nascondevano elettrodomestici sofisticati e librerie stipate, sia pure solo per motivazioni estetiche, da file intonse di preziosi volumi rilegati.
Quella cucinetta squallida mi diede quasi fastidio. Il vecchio se ne accorse. Strinse le labbra. Erano labbra sottili. Quello inferiore aveva una cicatrice bianca che lo spezzava in due.
Avevo letto il referto medico dell’aggressione. Otto denti spezzati. Sei costole rotte. La schiena lesa in due punti. La mano destra maciullata dal passaggio delle ruote dell’auto con cui avevano cercato di investirlo. Se l’Alfa Romeo non fosse passata con due ruote sul collo spezzato di una bottiglia, deviando a sinistra, l’uomo sarebbe stato schiacciato. E se un gruppetto di zingari, attirati dalle luci e dal rumore, non fossero intervenuti disperdendo il branco…
Pensavamo che fosse uno di noi, avevano ammesso con un giornalista. Capita, che quelli là ci prendano di mira. Bella roba, sei contro uno. Quando siamo arrivati se la sono data a gambe.
Avevano caricato l’uomo ferito sui sedili della loro auto, per portarlo all’ospedale.
L’avevate riconosciuto?
No. Ma era un uomo ferito. L’avevamo salvato. Non si lascia per terra l’uomo che hai salvato. Sennò, che l’hai salvato a fare?
Ricordavo le foto. Allora non c’erano gli smartphone. Nessuno aveva fotografato il corpo disteso sulla terra battuta di quello squallido spiazzo. Nel 1975 la pietà umana veniva a buon mercato.
Le foto erano in bianco e nero e mostravano solo i luoghi, le cose. Non c’era traccia del corpo straziato, portato all’ospedale. Ma la violenza aveva marchiato quel posto, era evidente nelle macchie scure, nei segni dei pneumatici, nei bastoni abbandonati dagli aggressori. Ogni oggetto, ogni traccia, recavano un contrassegno bianco, con su numeri e lettere. Un cruciverba senza schema, apparentemente insensato.
“Non ti piace, come ho arredato? Ce l’avevo, sai, un casòn arredato bene. Su un’isoletta chiamata Mota Safon. Ci avevamo girato alcune scene in esterno per Medea. L’avevamo comprato assieme io e il povero Giuseppe Zigaina, come avevamo comprato la barca, l’Edipo Re. C’erano i suoi quadri, e i miei dischi. E tutti i miei appunti per un romanzo. E’ bruciato tutto, più di trent’anni fa.”
Il vecchio si era posato la destra mutilata sulla fronte, come per difendersi da una luce che non c’era, o per riparare il volto dal calore di fiamme invisibili.
“D’altra parte un romanzo che si intitola Petrolio… E’ normale che sia infiammabile…”
“Non ne aveva fatto una copia?”
“No.”
“Non l’aveva mai salvata su un disco, o su una chiavetta?”
Il vecchio aveva fatto un gesto stizzito.
“Io scrivevo a macchina. Non ho mai usato un computer. Mio cugino voleva convincermi a usarlo, ma io sono rimasto affezionato alla mia Olivetti. E poi qui non ho la corrente. Cosa me ne farei, di un computer? No, il romanzo è bruciato, perduto per sempre. Potrei riscriverlo, ma non sarebbe più la stessa cosa. E poi è bruciata anche la macchina da scrivere…”
“Potrebbe comprarne un’altra.”
“Non so neanche se ne fanno più. E poi non navigo certo nell’oro. Se fossi morto, quella notte…”

Se fosse morto, disse, forse i suoi libri si sarebbero ancora pubblicati. La sua voce sarebbe ancora risuonata, oltre la tomba. Invece così si era spenta lentamente. I giornali e la televisione non sapevano più che farsene, di lui. I libri, uno dopo l’altro, erano usciti di catalogo. E la macchina del fango, come la chiamavano, aveva completato la sua opera, rendendolo indesiderabile, impresentabile, condannandolo a venir sepolto vivo nell’oblio.
“Mi chiedo, a volte, se il mondo sarebbe stato diverso, se io non fossi morto. Se avessi potuto continuare a scrivere, a indagare, a provocare i benpensanti… Mi chiedo se questo Paese infelice sarebbe stato diverso… Immagino di no… Una sola persona non può fare chissà che differenza…”

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Rimase in silenzio per un lungo tempo. Poi mi fissò, come se mi vedesse per la prima volta.
“Perché sei qui? Che cosa vuoi da me?”
“L’ho detto a suo cugino.”
“E lui l’ha detto a me. Vuoi parlarmi di quel ragazzo. Vuoi farmi un’intervista su di lui. Cosa se ne fanno, i lettori, di quello che ne penso io? Chi vuoi che la legga, un’intervista con un uomo dimenticato da tutti?”
“Dipende da cos’ha da dire.”
Lui sembrò approvare la mia risposta.
“Quel ragazzo… Quando ho saputo che era morto, quando mi hanno parlato di lui, ho pensato che è nato, è cresciuto e ha studiato a pochi chilometri da qui. Siamo stati così vicini su questo pianeta, eppure non ci siamo mai conosciuti. Non è la prima volta che mi confronto con la morte di un ragazzo così giovane…”
Il suo occhio parve velarsi.
“Quasi sessant’anni fa…” cominciò a dire. All’inizio le parole uscirono in un sussurro, ma lentamente presero forza, incidendosi nella mia mente senza bisogno di un registratore, che negli accordi presi tramite suo cugino mi era stato vietato.

“Quasi sessant’anni fa, era il 29 novembre del ‘59, c’era un ragazzo romano di diciannove anni. Si chiamava Marcello Elisei. O Elisei Marcello, come dicono i poveri, quando si firmano o rispondono a un appello a scuola, o in caserma. Era a Regina Coeli per un furto di pneumatici. Quattro anni e sette mesi di galera, gli avevano dato. Erano tempi duri, per i ladri. Non c’era più giustizia di adesso, ma le condanne erano molto più severe. Elisei Marcello morì alle tre di notte. Le guardie l’avevano legato per i polsi e per le caviglie a un tavolaccio, in una cella gelida. L’avevano lasciato solo per un giorno e una notte, senza cibo né acqua. Aveva la broncopolmonite, i legacci gli bloccavano la circolazione del sangue. Gridò, all’inizio. Chiedeva acqua. Poi il grido diventò un rantolo, e alle tre di notte anche quel rantolo si spense. Il bastardo è morto, rispose una guardia, a chi gli chiedeva cos’era successo a Elisei Marcello.”

Chinò il capo.
Sembrava incredibile che l’uomo che avevo davanti avesse più di novant’anni. C’era un’energia nelle sue parole, nel suo occhio che brillava come l’onice di un anello, che apparteneva alla gioventù.
“Ovviamente nessuno dei responsabili ha pagato. Il direttore del carcere si dimise, ufficialmente per motivi di salute. Ma tutti gli altri indagati ne uscirono puliti. Ecco, vedi, se avessi dovuto scrivere un articolo, un’inchiesta sulla morte di Elisei Marcello, sarei stato assolutamente spietato con i responsabili: dai secondini al direttore del carcere. Dal primo all’ultimo, nessuno escluso. E non avrei mancato di implicare anche le responsabilità dei governanti.”

Mi guardò.
“La stessa cosa la direi per Giulio. C’è differenza fra lui e Marcello Elisei, ovviamente. Uno era un ladruncolo, l’altro un idealista. Scuole elementari da un lato, laurea e master dall’altro. Eppure quello che mi colpisce, nella loro morte, quello che me li rende entrambi cari, e mi fa sentire ingiusto il loro destino, è che siano morti così giovani, e di morte violenta. E chiaramente ho la mia idea su perché è morto.”
Il cane si avvicinò trotterellando al suo padrone. Il vecchio abbassò la mano sana e lo grattò dietro l’orecchio. Il cagnolino, un bastardo dal pelo a macchie bianche e marroni, chiuse gli occhi per la soddisfazione.
Il vecchio tornò in casa, e quando uscì aveva in mano un pesce. Lo lanciò verso il fondo dell’aia. Il cane lo rincorse allegramente e cominciò ad azzannarlo, la coda che oscillava come un tergicristalli.
“Detesto i cani. Ma averne uno è comodo. Mi fa da guardia. Mi avvisa se arrivano estranei.”
“Nel mio caso, però, non ha abbaiato.”
“Perché sentiva che non eri un malintenzionato. Guardalo.”
Il cane stava devastando con le zampe e coi denti il pesce, con dei grugniti avidi.
“Un cane, quando si nutre, non ha niente di nobile. Ma ci è utile. Per questo gli diamo da mangiare, e non facciamo gli schizzinosi su come mangia.”
Mi fissò con l’unico occhio nero come il giaietto.
Di colpo capii cosa mi ricordava il suo berretto a cappuccio.
Era simile a quello dell’Uomo di Tollund, il cadavere mummificato dell’Età del Ferro trovato in una torbiera dello Jutland.
“Ti piace il mio berretto? L’ho usato sul set del Decameron. E’ un oggetto di scena, ma ci sono affezionato. Cosa vorresti che facessi, per te?”
“Per me niente. Mi chiedevo se lei volesse fare qualcosa per Giulio.”
“Non posso fare niente per lui.”
“Per la verità, allora. E’ questo che cerchiamo.”
Il vecchio rise. Una risata sommessa, che quasi non mosse le labbra.
“La verità… Quante volte ho sentito invocare questa parola… Come se fosse una divinità… Verità per Ustica… Verità per Piazza Fontana… Verità per l’Italicus… Per Aldo Moro… E ora per Giulio Regeni… Conoscerete la verità, e la verità vi renderà liberi…”
“E’ dal vangelo, vero?”
“Il vangelo di Giovanni. Non certo quello che preferisco. Lo sai che è anche il motto della CIA? Di quell’orrenda scuola di tortura e disinformazione, di quella gran troia che partoriva dittature?”
“Non lo sapevo.”
Il vecchio sembrò riflettere.
Poi disse: “Ti do un’altra versione di quella frase. La mia. Conoscerete la verità, e la verità vi lascerà al freddo.”
“Cosa vuol dire?”
“Niente. Nulla. Vieni, prima che parliamo devo farti vedere una cosa.”
Appoggiandosi al suo bastone, mi fece strada verso il retro della casa.
Mi indicò la porta di un capanno di legno.
“Guarda lì.”
“Cosa?” feci.
La bastonata mi colpì alla spalla destra e fu incredibilmente forte, seguita subito da un’altra alla schiena, che mi fece stramazzare a terra.
Quando riuscii a girarmi, il vecchio incombeva su di me, il bastone alzato, l’unico occhio che brillava minaccioso.
“Dimmi chi sei!”
“Non capisco” balbettai.
“Che cosa vuoi da me? Chi ti manda?”
“Nessuno! Sono un giornalista.”
“Tira fuori la tessera, allora. Piano! Non fare gesti bruschi. Guarda che ho una pistola!”
Quell’affermazione mi avrebbe fatto sorridere, se non fosse stato per le due bastonate.
Invece il vecchio infilò la mano sinistra dietro la schiena e tirò fuori una pistola a tamburo che doveva aver infilato nella cintura.
Alzò il cane dell’arma e la puntò verso la mia faccia. La mano gli tremava in modo preoccupante.
Stando attento a non fare movimenti bruschi, presi dalla tasca dei miei jeans il portafoglio e tirai fuori il tesserino dell’Ordine dei Giornalisti.
Il vecchio allungò la destra e raccolse il tesserino tra quel po’ di dita che gli restavano. Lesse il mio nome, confrontò la foto.
“Alzati”, disse.
Gli obbedii.
La pistola continuava a rimanere puntata sul mio petto.
“Non sei qui per conto di un giornale. Sei un come si chiama…”
“Un freelance. Ogni tanto un giornale mi affida un servizio. Come in questo caso.”
“Qual è il giornale? ”
Gli dissi il nome del settimanale.
Lui annuì. “Il direttore è bravo. Giovane, pulito. Almeno che io sappia” fece.
Il cane della pistola si abbassò.
Il vecchio l’infilò di nuovo nella cintura, dietro la schiena.
“Vieni dentro” fece. “Tu ed io dobbiamo parlare. Comunque questa non è pericolosa. Era di mio padre. E’ arrugginita e scarica.”

Faceva buio, dentro il casòn senza finestre. Il fuoco si era spento. La luce che entrava attraverso la porta accentuava le ombre. Il volto del vecchio era come la faccia della luna: una parte troppo illuminata e l’altra completamente scura.
Sedevamo ai due capi di un tavolino da campeggio pieghevole, che l’uomo utilizzava come tavolo da cucina.
Aveva steso una tovaglia macchiata di vino, su cui posò un pezzo di formaggio, un fondo di salame e una forma di pane fatto in casa. Versò dell’acqua in due bicchieri spessi. Erano così vecchi e consumati dall’uso che il vetro era diventato lattiginoso, opaco.
Prese dall’acquaio un tagliere di legno e un coltello.
Il salame era scuro. Il vecchio tagliò via la prima fetta, buttandola sul pavimento di terra battuta. Il bastardino arrivò di corsa a ingollarla, e poi filò fuori come un ladro.
“Lo chiamo Doug. Come Douglas Fairbanks, l’attore che faceva il Ladro di Bagdad.”
Scosse il capo con aria sconsolata, vedendo che non coglievo il riferimento.
Tagliò sei fette di salame e due di formaggio. Affettò la pagnotta.
Con un gesto brusco ma non sgarbato mi fece cenno di mangiare.
Scossi la testa.
“Non ho fame. Ho fatto colazione da poco.”
“Non credo” rispose lui, indicandomi l’ombra che si allungava nella stanza.
Guardai l’orologio e per poco non mi spaventai.
Erano quasi le quattro.
“Com’è possibile?”
Il vecchio rise. “Il tempo gioca strani scherzi, su quest’isola.”
“Non ho più molto tempo.”
“Usalo bene, allora.”
Annuii. Cercai di riscuotermi dal mio stupore.
“Ho cominciato a interessarmi a Giulio ascoltando un brano musicale” feci. “Al telegiornale trasmettevano le immagini della madre di Giulio. Teneva in mano la foto del figlio. Non c’era sonoro, perché stavo ascoltando la radio. Radio 3. Il brano che passavano in quel momento era lo Stabat Mater di Pergolesi.”
“Ah, sì” sospirò il vecchio. “Vai avanti, ti prego.”
“Quelle immagini e quella musica sono state una specie di corto circuito. Mi hanno trasmesso una sensazione incredibile. Ho sentito che dovevo fare qualcosa, per quella madre. E ho pensato a lei. All’amore che lei ha sempre avuto per sua madre.”
Un sorriso dolce gli affiorò sulle labbra. “E’ polvere da così tanto tempo. Sai cosa mi disse, prima di morire? Mi disse sono felice che non sono io a seppellire te. Avrebbe potuto succedere, ma mi è stato risparmiato di veder morire un altro figlio…”
“Ho pensato a quanti articoli incredibili ha scritto. Al coraggio e all’amore per la verità che c’erano dentro. Ho pensato che se c’era qualcuno in Italia con cui parlare della morte di quel ragazzo e di cosa c’è dietro, quella persona era lei.”
“Li ho scritti più di quarant’anni fa, quegli articoli. Non li legge più nessuno.”
“Io li ho letti. E’ per questo che sono qui. Per questo, e perché suo cugino mi ha detto che lei sapeva di Giulio, e aveva una sua idea su cosa ci sia dietro la sua morte.”
“Maledetta la mia lingua lunga… E’ vero, sai. Non sono esattamente un eremita. Mi piacerebbe fingermi Robinson Crusoe. Ma vado spesso in paese. Ho una barchetta, là in quel capanno. Remare mi piace. Il medico che mi ha visitato l’inverno scorso, perché temevano mi fossi preso la polmonite, mi ha detto che il mio corpo era un mistero, per lui. Non gli ho detto che ogni mattina faccio mezz’ora di esercizi di Qi Gong. Che non fumo e non bevo mai più di mezzo bicchiere di rosso ai pasti. Comunque, ogni tre o quattro giorni vado in paese per prendere in prestito dei libri in biblioteca, e lì sfoglio i giornali.”
“E’ così che è venuto a sapere di Giulio. E che si è fatto un’idea di chi e perché l’ha ucciso…”
“Diciamo che mi sono fatto la mia idea. Ma che non ho voglia di parlarne.”
“Perché?”
“Perché non servirebbe a niente. Conosci la storia di Coventry? Gli inglesi, grazie a quel genio di Alan Turing, avevano decrittato il codice Enigma. Erano in grado di decifrare tutte le trasmissioni militari tedesche che intercettavano. Vennero a sapere così che i nazisti avrebbero bombardato Coventry. Avrebbero potuto fermarli, spostando degli stormi di caccia della RAF per intercettare i bombardieri prima che arrivassero vicino a quella città. Ma Churchill decise di non farlo. Non voleva che i tedeschi sapessero che il codice Enigma era stato violato. Così sacrificò Coventry. La città venne rasa interamente al suolo.”
“Cosa c’entra questo con Giulio?”
“C’entra. A volte, per un Paese, è bene che la verità non venga a galla. Lo dice sempre la Bibbia, che a volte è accettabile che uno muoia per il bene di molti.”
“E dove sarebbe il bene, nella morte di quel ragazzo?”
Il vecchio allungò la mano alle sue spalle.
La bottiglia di vino che tirò giù dallo scaffale era piena a metà.
Lo guardai svuotare per terra l’acqua dei nostri due bicchieri e riempirli di quel vino rosso, denso come sangue. Mi posò davanti un pezzo di pane e ci mise sopra una fetta di salame. L’odore era invitante.
“Mangia” disse.
Il salame era buonissimo. Il pane un po’ raffermo, ma nonostante questo gustoso.
“Bevi” fece, senza guardarmi.
Assaggiai un sorso di vino.
“Mandalo giù. Quello che devo dirti non ti piacerà.”

La luce autunnale cominciava a calare, e con il buio arrivava un freddo umido, che sapeva di mare e di nebbia.
La voce del vecchio mi giungeva come attraverso l’ombra, filtrata dal buio che anziché attutirla ne aumentava l’intensità, la forza evocativa.
Memorie delle letture del liceo mi tornarono alla mente, facendomi rabbrividire.
Forse, pensai, sono sceso nel regno dei morti, per ascoltare una profezia sul futuro. Non sul mio, ma su quello del mio sventurato Paese.
Ascoltavo, e la voce scendeva in me come acqua nera in una tazza di ceramica fine, quasi trasparente. I confini tra le parole e il mondo divennero un diaframma inconsistente come una bolla di sapone, e poi non vi fu più distanza, tra le parole del vecchio e il mondo.
“Il petrolio è nero come il sangue…”
Lo ripeté tre volte.
Nero come il sangue…
“Lascia una traccia nera. Il petrolio è il sangue, la linfa della nostra società. Per il petrolio si combattono guerre, si vendono madre e fratelli, si massacrano popoli interi. Uomini, donne, bambini. Il petrolio è il Male…”
La sua mano mutilata era in piena luce, sulla tavola grezza. Gli ultimi raggi del sole la rivelavano impietosamente. Era la mano di un vecchio, la mano di un operaio maciullata da una macchina. La mano di mio padre mentre la tenevo nella camera d’ospedale, tutta nocche e macchie, tremante, un pulcino di mano nella mia.
“Tu sai cos’è il giacimento di Zohr? La sua scoperta è stata annunciata dall’Eni un anno fa. E’ un gigantesco giacimento di gas, nelle acque territoriali egiziane: 850 miliardi di metri cubi di gas. E’ un giacimento che risale al Miocene: tra i 23 e i 5 milioni di anni fa. La sua scoperta minaccia di stravolgere gli equilibri geopolitici mondiali. Sicuramente avrà effetti epocali in quell’area. L’Egitto avrà il combustibile sufficiente per una ripresa economica, e non dipenderà più dal pozzo Leviathan controllato da Israele. Il giacimento di Zohr cambia tutto, butta all’aria le carte. Di conseguenza ci sono interessi planetari in gioco: non solo economici, ma anche politici.”
Si versò un altro bicchiere di vino.
Allungò la bottiglia verso il mio. Rifiutai, con un gesto.
“Il presidente Al Sisi può tirare un respiro di sollievo. La scoperta di quel giacimento è un’iniezione rivitalizzante per l’Egitto. Non dovrà più dipendere dalle elemosine di Mosca o dell’Occidente.”
Il pollice della mano devastata tracciò un cerchio sul tavolo segnato da tagli e graffi.
“La prima cosa che devi chiederti è a chi giova la morte di Giulio Regeni. Cui prodest, insomma. Chi poteva avere interesse a creare tensione tra l’Italia e l’Egitto, ad esempio. Forse le compagnie petrolifere rivali dell’Eni? O addirittura gli israeliani? Non è difficile trovare qualcuno disposto a farti da informatore o da assassino, nella polizia o nei servizi segreti egiziani. Posso fare mille ipotesi, immaginare ingranaggi dentro ingranaggi, inganni, depistaggi. Nella mia mente posso trasformare un innocente in colpevole, o viceversa, in un battere di ciglia. Potrei persino credere a un omicidio avvenuto per caso, per un errore, anche se così tanti indizi mi convincono che la traccia da seguire è sempre quella del maledetto petrolio… Per questo ho detto conoscerete la verità, e la verità vi lascerà al freddo… Perché avete bisogno degli assassini di Giulio… Perché il governo egiziano, che vi piaccia o no, è un fattore di stabilità… Perché fanno il lavoro sporco al posto vostro, nel contenere l’estremismo islamico in quel paese… E perché quel gas, o il denaro che ne ricaverete, serve più ancora a voi che a loro. Sai che l’Eni ha firmato con l’Egitto il contratto per lo sfruttamento del giacimento Zohr sei giorni fa?”
Il vecchio mi fissò, con il suo unico occhio acceso di rabbia.
“Forse il governo egiziano non c’entra davvero nulla. Se fossero stati loro, avrebbero fatto sparire il corpo, invece di lasciarlo in piena vista, e con indizi che riconducevano alla polizia. Ricordi cos’ha detto Al Sisi, appena scoperto il cadavere? Che a uccidere Giulio erano stati uomini malvagi. Non credo si riferisse alla malvagità di chi tortura e uccide, quanto piuttosto alla malvagità di chi trama contro il suo governo, magari all’interno del governo stesso. Forse l’omicidio di quel ragazzo è stato un modo di provocare un attrito tra l’Egitto e l’Italia. Cherchez l’argent. Sai quanto sangue c’è in un corpo umano? Meno di sei litri. E adesso pensa a 850 miliardi di metri cubi di gas. Pensa a una cosa chiamata ragion di stato. Chiediti cosa deve fare un governo, quando la scelta è tra il rinunciare a una commessa miliardaria e l’avere giustizia per un ragazzo morto. Qual è l’interesse che deve prevalere? Bada, non ti sto dicendo che questa scelta sia stata davvero fatta. Ti chiedo di rispondermi in astratto. Cosa rende buono un governo, nel 2016, in un mondo sempre più a corto di risorse, sempre più povero? L’etica o l’interesse pubblico?”
Distolse lo sguardo, senza attendere la mia risposta.
Dopo un lungo silenzio riprese a parlare, a voce così bassa che dovevo tendere l’orecchio per udirla.
“Chi sia stato davvero… I motivi della morte di quel povero ragazzo… I mandanti, dietro gli assassini, che forse prima o poi si troveranno… Ma i mandanti sono quello che conta… Questo io non lo so… Davvero non lo so, chi ha dato l’ordine, e perché… E in fondo non m’interessa. Sono vecchio. Non ho 23 milioni di anni come il giacimento Zohr, ma per voi giovani appartengo comunque a un passato così lontano da non avere più senso. Sono stato sepolto nel tempo, dimenticato, e mi sta bene così. Non ho più desideri, o curiosità. Piango per la madre di quel ragazzo, per quella mater dolorosa come un tempo lo è stata la mia. Ma non cerco più la verità. E non dovresti cercarla nemmeno tu. Sei sposato? Hai figli?”
“Sono sposato. E ho un figlio di otto anni.”
“Come si chiama?”
“Tobia.”
“Un bel nome.”
“L’ha scelto mia moglie.”
“Un nome importante. Forse difficile da portare, al giorno d’oggi. Mi sono sempre chiesto perché non lasciamo che siano i figli a scegliersi il nome, quando sono abbastanza cresciuti. Non si dovrebbe dare loro un nome finché non hanno compiuto, non so, dieci, dodici anni… In certe culture del passato era così…”
Lo sguardo del vecchio si velò. Fu come vedere una nuvola passare davanti al sole.
“A 94 anni ho ancora voglia di vivere. E’ una cosa oscena, non credi? Abito in questo corpo da quasi un secolo, sono ridotto a uno storpio mutilato, al fantasma di quello che ero, sono un esiliato di cui nessuno rimpiange l’assenza, eppure mi aggrappo alla vita come un naufrago si tiene stretto a un relitto… Come Jack alla zattera in quell’orribile film di James Cameron…”
Si alzò. Il suo corpo produsse un’eclissi nella stanza.
“Devo riaccendere il fuoco. Si è spento, e non va bene. Le notti, qui, sono fredde e umide.”
Cominciò quella che, a giudicare dalla rapidità e sicurezza dei gesti, doveva essere una routine quotidiana. Prese dei fiammiferi, una fascina di rametti sottili, un foglio di giornale ingiallito.
Per un po’ trafficò con la stufa, disponendo la carta, i ramoscelli dell’esca.
Poi si fermò, bloccandosi a metà di un gesto.
Sospirò.
Io non mi mossi, a mia volta.
Rimasi immobile come una statua. Come una pietra sul fondo di un fiume. Sentivo il tempo scorrere su di me come un’acqua gelida, una sostanza che imprigionava quei momenti come un insetto nell’ambra.
La voce del vecchio mi arrivò dal buio.
“Qualche anno fa, ho letto un racconto di fantascienza. Il titolo era Quelli che si allontanano da Omelas. Le mie letture sono disordinate, ma di solito non leggo fantascienza, e tantomeno fantasy. Non so nemmeno bene perché presi in prestito proprio quel libro, invece di un classico russo o francese. Era un’antologia di una scrittrice americana, Ursula K. Le Guin. Il racconto parlava di una città utopica, Omelas, dove regnano la pace, la giustizia e la concordia, e la felicità si respira per le strade. E’ un mondo senza re, senza soldati né preti, dove nessuno soffre la fame o patisce la miseria. Ma la felicità di quel mondo si basa su un segreto. Quando raggiungono una certa età, ai giovani cittadini viene rivelato che nei sotterranei di Omelas è tenuto prigioniero un bambino. Glielo mostrano: è un bambino tenuto perennemente al buio e nello sporco, che soffre il freddo e la fame. Spiegano ai giovani cittadini di Omelas che la felicità e il benessere della loro città possono esistere solo se quel bambino continua a soffrire. Molti giovani, dopo un momento di shock e di disgusto, si fanno una ragione di quella verità. Approvano che il bene di tutti si fondi sul dolore di uno solo. Ma alcuni, giovani e non giovani, non accettano quel sacrificio, e se ne vanno in silenzio da Omelas. Non mi ricordo le parole esatte, ma il finale del racconto dice più o meno così: il luogo verso cui sono diretti è persino più difficile da immaginare della città dell’eterna gioia. Non posso descriverlo. Forse non esiste neppure. Eppure sembra sappiano dove stanno andando, quelli che si allontanano da Omelas.”
Il crepitio del fuoco nella stufa in ghisa mi colse di sorpresa.
Mi era sfuggito il momento in cui il vecchio era riuscito ad accenderla.
“Penso che Giulio sia uno di quei giovani che hanno capito come il benessere del nostro mondo si fondi sull’infelicità di altri. Uno dei pochi che ha trovato il coraggio di allontanarsi, di prendere la strada più difficile. Io sono troppo vecchio e troppo stanco per farlo. Mi chiedo se saprai farlo tu. Non ti ho detto molto, non ti ho rivelato nessun segreto. Ti ho solo detto quello che penso, sulla morte di quel ragazzo. Io vedo ombre nere, trame, poteri inimmaginabili. Ma forse sono solo le fantasie di un vecchio. Forse la spiegazione è più semplice, banale. Forse non lo sapremo mai. Mi piacerebbe indagare, scoprire. Conoscere la verità. Ma non è più cosa per me. Lasciatemi da parte, per favore. E adesso vieni, per te è ora di andare.”
Uscendo dal casòn mi resi conto che la notte era ancora lontana. Era stato solo il buio della casa priva di finestre a convincermi del contrario. Il sole, invisibile nel cielo grigio, si preparava a tramontare. Dall’acqua paludosa della laguna saliva una nebbia leggera, che cominciava a cancellare i canneti dal basso.
Mi voltai verso il vecchio.
“Pensa che dovrei lasciar perdere?”
“Penso che ci vuole coraggio, per cercare la verità. Ma il vangelo dice che non si accende una lampada per lasciarla sotto il moggio.”
Sorrisi, mio malgrado. “Quand’ero piccolo mi chiedevo spesso cos’era, il moggio. Poi con i miei abbiamo fatto una gita in Austria, e passando per la Carnia ho visto un cartello che diceva Moggio Udinese, così per un po’ ho pensato che fosse quello, il moggio.”
“Invece è un secchio. Il modius degli antichi romani. Ricordi come finisce, la citazione?”
“No.”
“Non si accende una lampada per metterla sotto un moggio, ma per porla in alto, perché faccia luce a tutti quelli che entrano nella casa. Giulio è una luce, per chi vuol vedere. Mi chiedo se anche tu vorrai esserlo. Se saprai cercare anche tu la verità, costi quello che costi.”
Mi guardai intorno. L’aia sembrava diversa da quand’ero arrivato. Pareva abbandonata. Non c’era traccia di movimento. Sparito il cane, le galline, il gallo Attila. La rete delle stie era arrugginita, strappata via in più punti.
“Non ti ho dato niente” fece il vecchio, tristemente. “Il tuo viaggio fin qui è stato inutile.”
Scossi la testa.
Da qualche parte, nella nebbia, arrivò il rumore di una barca che si muoveva sull’acqua.
Avrei voluto trovare qualcosa da dire, ma non mi venne in mente nulla. Avevo la mente piena di pensieri, una confusione incredibile.
Quando la barca del pescatore accostò alla riva, avrei voluto stringere la mano al vecchio poeta, ma lui si era tirato indietro di due passi, le mani ficcate in tasca come se volesse nasconderle.
Aiutato, impacciato, salii sulla barchetta, che oscillò sotto il mio peso.
Il palo, manovrato con abilità, ci spinse via. Il pescatore non alzò la mano per salutare, né lo fece il vecchio. Né io, se è per questo. Dovevo ancora decidere dov’ero, dove mi aveva portato quel viaggio, e che strada avrei preso, una volta tornato alla vita di sempre, alla mia famiglia, al direttore del giornale che mi avrebbe chiesto cosa gli avevo portato, cosa avevo scoperto. O avrei potuto scoprire, se avessi scelto di percorrere la strada della verità.
A mano a mano che la barca si allontanava dall’isola, ogni cosa sembrava perdere consistenza: i colori sbiadivano nel grigio, i filari di vite si facevano indistinti, segni sottili di un alfabeto estraneo. Poi sparì l’aia, e infine la casa, come se le avessi solo sognate.
L’ultima cosa che vidi, o che forse soltanto immaginai, fu la mano del vecchio che si alzava in un cenno di saluto. La barca si muoveva sicura nella nebbia, cominciando un viaggio che non è ancora finito.

*Tullio Avoledo – novembre 2016 (Tutti i diritti riservati)

tullio-avoledoTullio Avoledo è nato nel 1957 a Valvasone, in Friuli.
Ha pubblicato tre romanzi per Sironi Editore: L’elenco telefonico di Atlantide (2003), che ha vinto il premio «Forte Village-Montblanc», Mare di Bering (2003), Lo stato dell’unione (2005). I primi due titoli sono disponibili nei Tascabili Einaudi. Presso Einaudi sono inoltre usciti i romanzi “Tre sono le cose misteriose” (2005, premio Super Grinzane Cavour 2006), “Breve storia di lunghi tradimenti” (2007 e 2008), “La ragazza di Vajont” (2008), “L’anno dei dodici inverni” (2009) e “Un buon posto per morire” (2011). Per le Edizioni Ambiente ha scritto il romanzo breve “L’ultimo giorno felice” (2008) pubblicato nei Tascabili Einaudi nel 2011.

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