Giulio, l’ammirazione e l’indignazione

di Riccardo Noury *

giulio-ammirazione-indignazione

Scrivo questo testo appena rientrato da un incontro su Giulio al liceo classico Orazio di Roma. Vi ha preso parte oltre un centinaio di ragazze e ragazzi, insieme ammirati e attoniti e infine profondamente indignati.

Ammirati dalla bellezza della vita di questo ragazzo, delle cose che faceva alla loro età, dalla sua curiosità, dai suoi interessi e dalla sua purezza. Identificatisi a tal punto da considerarlo, nonostante la differenza di una decina d’anni di età, un loro coetaneo.

Attoniti nell’ascoltare il racconto degli ultimi giorni della sua vita, di quel buco nero che l’ha inghiottito il 25 gennaio al Cairo, restituendone il corpo il 3 febbraio. Esattamente 10 mesi fa.

Sul corpo di Giulio, lo dico dall’inizio, c’è una firma: anonima perché non conosciamo materialmente i nomi e i cognomi degli autori, eppure perfettamente riconoscibile perché simile a quella posta sul corpo di centinaia e centinaia di ragazzi egiziani. È la firma della tortura, di quella tortura praticata impunemente dagli apparati di sicurezza dello stato egiziano.

Dicevo della loro indignazione. Con i loro mezzi, con la loro fantasia e col loro entusiasmo, le ragazze e i ragazzi dell’Orazio hanno voluto fare qualcosa per Giulio. Trasformare l’indignazione in azione concreta. E da loro, dalle loro parole, dai loro disegni pieni di cuoricini, riprendiamo a chiedere “Verità per Giulio Regeni”.

Qualcosa si può fare, si deve fare: continuare a fare pressione sulle autorità egiziane perché chiariscano cosa è accaduto a Giulio e chi sono i responsabili.

“Io so”, scriveva Pasolini il 14 novembre 1974 a proposito di drammatiche vicende italiane. “Noi sappiamo”, in milioni ormai, in Italia e in Egitto.

Ma non basta che noi sappiamo. Lo deve dire, riferendoci la verità, il governo del Cairo. Che ancora non lo dice.

Quello che le autorità egiziane vorranno o non vorranno dire dipenderà naturalmente da quanto resteranno determinate e nette le richieste e le posizioni del governo di Roma, che resta il secondo interlocutore cui quella richiesta, “Verità per Giulio Regeni” continua a essere rivolta.

Siamo di fronte a una situazione di stallo. Come sappiamo, alla decisione del ministro degli Esteri di richiamare provvisoriamente l’ambasciatore al Cairo non sono seguite ulteriori misure, pure annunciate dalla Farnesina se non ci fossero stati passi avanti. Al contrario, si percepisce una voglia di normalità, un desiderio di chiudere in qualche modo (anche con quella “verità di comodo” che ufficialmente si rifiuta?) questa storia, riprendendo le buone relazioni bilaterali, e pazienza se tanti altri egiziani verranno fatti sparire e saranno torturati.

Naturalmente, faremo tutti il possibile per non permetterlo. Questo paese è abituato a tempi lunghi, a volte lunghissimi, per arrivare alla verità. Accompagneremo quei tempi, se sarà necessario.

Lo dobbiamo a Giulio e alla sua famiglia in primo luogo.

Lo dobbiamo anche a quei tanti egiziani consapevoli che dall’esito delle indagini sull’assassinio mediante tortura di Giulio, dal fatto che la verità arrivi, potrà dipendere anche il futuro dei diritti umani in Egitto.

Lasciare che perduri l’impunità o lottare perché sia sconfitta è una responsabilità anche italiana.

* a cura di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia

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